ALIEN, OVVERO: L'IMPORTANZA DEI CORRIDOI NELLA SCI-FI


"Vengono fuori dalle pareti! Vengono fuori dalle fottute pareti!"
                                                                                          (Hudson - Aliens: Scontro finale)



C'è un elemento scenico/scenografico che, più di ogni altra cosa, è emblematico del film sci-fi. Anzi, ne è talmente l'emblema al punto da disperdersi come un albero nell'immensità della foresta, non sovrastando praticamente mai tutti gli altri aspetti visivi per così dire più preponderanti e significativi (astronavi, paesaggi extra-terrestri, megalopoli, fauna aliena ecc.). Ma, proprio per il fatto di essere presente in maniera così massiccia lungo tutta la pellicola, questo elemento svolge alla perfezione il ruolo di 'segno di interpunzione' nella grammatica generale della stessa: stiamo parlando del corridoio. Il corridoio rappresenta un po' lo sfondo inanimato su cui si snodano le vicende narrate dal film; è il non-luogo che permette al nostro occhio di abituarsi più facilmente allo stile architettonico-artistico e più in generale visivo che il film di fantascienza vuole darci. Il corridoio è anche, e soprattutto, lo stratagemma che rende plausibile una pellicola sci-fi: è utile al regista perché è un canale che consente il passaggio da un set tendenzialmente molto più grande (un salone, una stazione spaziale ecc.) dove avvengono cose, dove si scambiano dialoghi, insomma dove si svolge un'azione, ad un altro set dove si svolge un'altra, diversa azione.  Proprio come una virgola, un punto di domanda, un punto esclamativo, il corridoio articola le frasi narrate per immagini del film. In questo aspetto, ha una funzione molto simile a quella dello sfondo dipinto nei quadri a carattere religioso del periodo rinascimentale, che rendeva plausibile alla vista il punto di fuga della prospettiva albertiana, addobbandolo (e, soprattutto, evidenziandolo) con gli elementi più svariati, allo scopo di trasformare quella tela o quell'affresco in una vera e propria finestra sul mondo: così facendo, si aveva da un lato la Storia Sacra (l'Annunciazione, la Crocifissione, il Compianto...) narrata orizzontalmente in primo piano (per intenderci, le figure umane che interagiscono tra loro davanti agli occhi dell'osservatore e gli permettono di cogliere, tramite le loro azioni ed i loro caratteri distintivi, quale racconto della Bibbia il pittore sta mettendo in scena), e dall'altro lato lo Sfondo (aka. il Paesaggio) mostrato verticalmente e in profondità (dal basso del primo piano, che corrisponde agli occhi dell'osservatore, fino al punto di fuga, insomma da un al di qua a un al di là). Narrazione orizzontale (non è un caso che le figure siano disposte quasi sempre da sinistra a destra, proprio perché vanno lette come un libro, e nella tradizione occidentale si scrive e si legge da sx a dx) vs. Descrizione verticale.
Alla stregua del percorso faceva l'occhio nel quadro rinascimentale seguendo il punto di fuga per accettare la messa in scena del racconto dipinto, il corridoio sci-fi diviene nella tradizione cinematografica il luogo di passaggio per eccellenza, lo spazio che deve essere attraversato: tanto fisicamente dai protagonisti della pellicola, quanto visivamente dagli occhi dello spettatore. Non a caso tutte le inquadrature del corridoio (nonché la sua natura strutturale di luogo lungo e stretto) si sviluppano in profondità. Il corridoio, nei film di fantascienza, in quanto canale di collegamento da una scena (dove avviene l'azione ovvero entra in gioco la narrazione) all'altra, è dunque luogo di sola descrizione. Questo però è vero  fino al 1979, quando irrompe nelle sale Alien di Ridley Scott. 


alcuni corridoi della Nostromo in Alien (1979)

Tra l'infinità di meriti che la pellicola ha avuto, c'è stata proprio questa affascinante, clamorosa demolizione concettuale della funzione del corridoio: non solo, non più luogo di passaggio & descrizione ma luogo di sosta & azione. Come ci è riuscito Ridley Scott? Semplice: ha inserito la dimensione horror nella grammatica sci-fi. Nella pellicola dell'orrore il corridoio perde nell'oscurità che lo circonda la propria profondità nonché la sua estetica visibile. E se la profondità era proprio quel particolarissimo aspetto che dava al corridoio la propria dimensione di luogo percorribile ed attraversabile in una sola direzione (dall'al di qua all'al di là), l'estetica visibile (ovvero un particolare arredo, uno stile architettonico-artistico), oltre a raffigurarci il corridoio come luogo di pura descrizione, era soprattutto l'elemento che rimarcava il punto di fuga e dunque la profondità del corridoio stesso.

Questa dimensione horror opera più o meno alla stregua di Caravaggio nella sua fase matura: eliminazione totale dello sfondo, tramite dei neri brutali, che in questa maniera catapultavano le figure umane in spazi alieni, ma al contempo gli consentivano, meglio di qualsiasi articolatissimo paesaggio, di emergere dal nulla e dunque di focalizzare esclusivamente su di loro l'attenzione dell'occhio dello spettatore. Torneremo più tardi su questo preciso aspetto oscuro: prima focalizziamoci su un'altro degli aspetti visivi più rivoluzionari di Alien, che, ancora una volta, interessa proprio i corridoi e più in generale l'apparato scenografico al chiuso: in questo film non sono i protagonisti a muoversi nello spazio ma, viceversa, è lo spazio (inteso come 'luogo chiuso') a muovere, plasmare e stabilire il destino dei protagonisti. La Nostromo, astronave umana protagonista assoluta per almeno tre quarti della pellicola, è come una enorme placenta: dalle sue viscere si risvegliano Ripley e tutto l'equipaggio, da vasche di ibernazione che sembrano fuoriuscirne dalle pavimentazioni quasi come petali di un fiore che si schiude. Nei suoi bianchi e lindi corridoi del piano superiore (quello dell'ospedale e della cucina) si compiono le prime due scene propriamente horror del film: il facehugger e la morte 'di parto', entrambe con Kane vittima. Interessante anche il fatto che nella prima parte del film la dimensione orrorifica sia quasi esclusivamente clinica (il momento del parto dell'alieno appunto) per la maniera in cui si svolge e soprattutto splatter (litri di sangue rossissimo) laddove l'ultima porzione sia più lenta, carica di suspance e piena di momenti jumpscare. Questo, ancora una volta, dipende dalla dimensione ambientale: i luoghi puliti e asettici del piano superiore dell'astronave meritano di essere sporcati ed inondati di sangue da un organismo estraneo, l'Alien, che invece arriva da un luogo profondamente oscuro ed ostile (l'astronave aliena precedentemente visitata); luogo che non a caso ha una struttura fisica totalmente aliena, non solo nella sua struttura architettonica ma anche nella dimensione materiale che lo compone (sembra quasi un'organismo vivo, poroso, irregolare, viscido). 


Ed è infine nel piano inferiore della Nostromo, una sintesi perfetta del piano superiore della Nostromo e degli interni della nave aliena, che si compie il destino dei superstiti: strutture regolari fatte di cavi, tubature, corridoi dritti e portelloni proprio come nel primo piano, ma avvolte nel buio avvolgente, nei vapori e nelle gocce umide dell'astronave extraterrestre. E' in questo non luogo che l'Alien si trasforma, o meglio raggiunge la sua forma perfetta. Proprio come il buio dei film dell'orrore, non è lui a inseguire, a dare la caccia agli umani, ma anzi si lascia cercare, si nasconde lasciando che siano loro stesso a trovarlo, andando così incontro al destino più crudele. E qual'è il suo nascondiglio preferito? Ovviamente, i corridoi. Tra l'oscurità dei tubi ed i buchi delle pareti o dei soffitti, l'Alien sembra trovare il suo luogo ideale, dove riesce a mimetizzarsi a tal punto da sembrare, in almeno due momenti fondamentali della pellicola, parte inanimata dell'arredo, elemento di una estetica questa volta non visibile, in quanto immersa nel buio, nel nero del nulla. L'Alien opera come le pennellate nere di Caravaggio che, nei suoi momenti più alti, sembrano quasi prendere vita e generare dimensioni-forme aliene che vanno a scontrarsi violentemente con i protagonisti umani.





Se l'Alien è a proprio agio nascosto nel buio che occlude, Ripley, sua nemesi sotto ogni aspetto e forma, decide anch'essa di utilizzare la stessa tattica della bestia, nascondendosi, ma in maniera diametralmente opposta: laddove l'alieno sceglie il buio umido delle pareti  e delle tubature(ed è talmente a suo agio in questo buio al punto di addormentarsi, il che si rivelerà fatale) la donna decide di nascondersi, anzi di immergersi, nel bianco caldo ed accogliente di una tuta spaziale, incastonata anch'essa in un elemento scenografico fisso (il sedile di comando della scialuppa di salvataggio). Ed è così che, come la aveva generata facendola rinascere dalla vasca d'ibernazione a inizio film, è ancora una volta lo spazio che la avvolge (la Nostromo), a permettere a Ripley di salvarsi e dunque sopravvivere.


NOTA A MARGINE: qui trovate il link ad una delle pagine di internet più belle che possiate visitare, che raccoglie esclusivamente immagini di corridoi nei film sci-fi. Bellissima: http://scificorridorarchive.com/

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